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LA FOTOGRAFIA A DIFFERENZA DELLA IA E’ SEMPRE UN DONO VOLONTARIO

di CAROLA ALLEMANDI

Eccoci al nostro secondo incontro: la scorsa volta abbiamo ragionato su una componente fondamentale per la fotografia, almeno nel suo modo più tradizionale di concepirla, ovvero il corpo fisico di chi la fa, di chi guarda il mondo e sente l’urgenza di far scattare l’otturatore.

Vivendo ogni giorno che passa più da vicino l’incombere degli stravolgimenti della fotografia legati all’intelligenza artificiale, ci troviamo a dover fare alcune altre considerazioni su temi ai quali normalmente non facciamo attenzione.

Uno dei più spinosi legati all’AI è certamente quello della privacy. Tutti i software che usano l’intelligenza artificiale generativa, sia testuale (come Chat-GPT), che visuale (come Photoshop) memorizzano infatti le informazioni e gli input che diamo, e se ne servono per sfogare la propria “creatività” computazionale. Tutto il bagaglio visivo che noi quotidianamente immettiamo nel web, questa moltitudine inconcepibile di informazioni e immagini, diventa il sostrato di un’altra moltitudine iconografica. Come a dire che in migliaia di altre immagini generate dagli algoritmi potrà essere presente un pezzo del nostro immaginario, dei nostri ricordi, della nostra creatività e sensibilità estetica.

Con l’intelligenza artificiale siamo di fronte a un autore (l’algoritmo) in grado di usare e riformulare il nostro immaginario per generare nuove informazioni.
Se ci pensiamo, la fotografia nasce già con l’intento di condividere con altri da noi il proprio punto di vista sulle cose, la propria prospettiva rispetto a un avvenimento, a una persona, a un luogo. Dentro la fotografia esiste già in partenza l’apertura verso l’altro – chi guarderà le nostre immagini – in una momentanea sospensione della barriera della privacy. Questa mia visione ora è anche tua, te la consegno.

In questo processo il fotografo ha un certo grado di controllo su ciò che gli altri vedranno: dentro la fotografia è prevista la gestione da parte dell’autore dei messaggi e dei contenuti che intende condividere. Naturalmente, dalla nascita del fotogiornalismo l’uso improprio delle immagini dei reporter da parte dei giornali è avvenuto regolarmente per spingere l’informazione a favore di una certa idea anziché il suo esatto opposto. Il cortocircuito tra la verità autoriale e storica e il veicolo dell’informazione per uso propagandistico e ideologico è esattamente ciò su cui molti critici e fotografi si sono arrovellati fin dal secolo scorso, prendendo atto dei limiti invalicabili della comunicazione mediata dai canali di informazione.

Con l’intelligenza artificiale assistiamo a un enorme balzo in avanti di questo problema: non solo l’alterabilità delle immagini tramite i software di post produzione – questa fotografia sarà stata modificata? Sarà vera? – ma anche sapere che i nostri contenuti potranno essere utilizzati per generare tutt’altro, getta una luce sulla crescente perdita di quel controllo di cui il fotografo è sempre stato, bene o male, padrone.

Sapere in balia delle correnti elettriche la nostra iconografia personale interrompe quel naturale processo di condivisione insito nella pratica stessa della fotografia, questa volontà, dopo aver premuto il pulsante di scatto, di far vedere all’altro ciò che abbiamo visto noi. Dentro l’archivio senza ordine che è il web non esiste un reparto riservato col nostro nome, siamo il motore anonimo di un meccanismo che prende ciò che serve per montare i pezzi dell’immagine voluta da un altro. Sembra la trama di Matrix, a pensarci. Per questo è utile ricordare che la fotografia è una visione che, proprio perché nasce da uno specifico corpo, appartiene sempre a qualcuno, ha sempre nome. È sempre un dono volontario.

 

 

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